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Monthly Archives: Aprile 2016

Via col vento..

Abbandonata la noiosa autostrada, mi godo il panorama ed i caratteristici paesini della bassa emiliana negli ultimi chilometri che mi dividono dal pontile dove ho appuntamento con Andrea, Luca e Marco. Ogni qualvolta mi lascio alle spalle l’ennesimo piccolo e caratteristico borgo sperduto nelle terre limitrofi al Grande Fiume, mi capita di pensare a quanti posti e paesi ho visto e visitato grazie alla passione per la pesca. Paesini spesso insignificanti e sconosciuti ai più, di quelli che non sogneresti mai di partire per andare a visitare, ma che per raggiungere lo spot, volenti o nolenti, si è costretti perlomeno ad attraversare. Ecco allora che il raggiungimento dello spot non rappresenta solo una perdita di tempo che ci separa dalla pesca, ma il viaggio diviene anche una piacevole scoperta.

Al nostro arrivo ci attende un gran bel sole caldo ed un fiume in perfette condizioni.

Il tempo di caricare la barca e ci dirigiamo verso lo spot: una rientranza del fiume con pochissima corrente e acqua bassa ricca di cefali, zona ideale per l’attività predatoria dei siluri. Visto la tipologia di spot, optiamo per pescare a pietra. Continua così il mio “apprendistato” per questa tecnica. Non sono tanto le montature ad essere complicate da costruire, bensì, il compito più difficile è scegliere il posto dove posizionare l’esca, il che significa saper leggere molto bene la conformazione del fondale osservando l’ecoscandaglio, riconoscere le zone adatte del fiume in base alla corrente presente, essere coordinati al momento di lasciare cadere pietra e terminale in acqua. Prendendomi tutto il tempo necessario (forse fin troppo) e con la dovuta calma, costruisco due terminali e la montatura sulla lenza madre. Di per sé sarebbero entrambi piuttosto poveri come materiali e costruzione: sulla lenza madre ad esempio basterebbe una girella tripla a cui applicare ad una estremità il terminale, all’altra la lenza madre e nell’anella centrale la break alla pietra. Per il terminale invece potrebbe bastare giusto un metro di kevlar, l’amo e l’ancoretta. Io invece, come al solito, da maniaco della precisione e dell’estetica (totalmente inutile, sia chiaro), mi complico la vita inserendo guaine, girelle con moschettoni particolari o seaboom, perline salvanodo, stopper e chi più ne ha più ne metta. Trovo enorme soddisfazione a vedere terminali e montature così.. che ci posso fare!

Obiettivamente non può andare tutto bene.. non sarebbe la solita pescata. Si alza infatti un fastidiosissimo vento costante che investe chirurgicamente noi ed il nostro spot. Lì per lì non ci diamo molto peso, visto che di solito in serata si calma, ed iniziamo a piazzare le nostre esche, seguendo accuratamente il deciso gradino che il fondale crea davanti a noi.

Abbiamo sei canne piazzate perfettamente a pietra, di cui una innescata con un barbo e le altre con delle breme. In genere il tramonto è il momento ideale per testare l’attività dei siluri e capire se ci sarà o meno attività. Continua tuttavia ad esserci vento, ora frontale, che crea onde in acqua e prolungati fischi sfiorando le nostre treccie tese.

Nonostante il vento, vediamo una prima mangiata su una delle canne di Luca. Due sussulti violenti della canna riconducibili tuttavia ad un piccolo siluro, tant’è che non hanno seguito. Poi l’ennesima nota dolente: il vento rafforza. Ora spinge con raffiche violente, al punto da costringerci a ritirarci nelle nostre tende per ripararci dalla costante ventilazione e dalle violente quanto improvvise sferzate.

Il passare dei minuti è una lenta agonia. Il vento non è mai un buon alleato a pesca, in nessuna tecnica, né da barca né da riva, a maggior ragione in acqua bassa dove crea onde e rumori che spaventano il pesce. Se al nostro arrivo davanti a noi era un continuo saltare di cefali, ora non c’è nessun segno di attività. Come se non bastasse le trecce producono vibrazioni e sibili che di certo non rendono la situazione tranquilla. Purtroppo però ormai è buio e non possiamo di certo traslocare su un altro spot, considerato poi le tende già montate e le canne piazzate. Alle 22.00 siamo ognuno nei propri sacchi a pelo pronti per dormire, con la consapevolezza che se il vento non cessa di spirare, di attacchi ne vedremo ben pochi.

 Sfortunatamente il vento continua a sferzare per tutta la notte. Dentro di noi lo sconforto è totale: spot perfetto, livello del fiume ottimale, esche belle e piazzate adeguatamente. Tutto lasciava pensare ad una serata “spaccabraccia“.. ed invece quando alle prime luci di domenica iniziamo a svegliarci, il resoconto è di zero partenze.

Il fatto quasi comico è che ora, con ormai la luce, il vento inizia a placarsi, quasi come a prendersi gioco di noi. Ricordiamoci però che “chi la fa, l’aspetti“. Mentre cerchiamo di raccapezzarci su cosa avessimo sbagliato o se bisognasse scegliere fin dal principio uno spot riparato dall’azione del vento, la canna di Marco si piega violentemente in avanti, un po’ come accade a Mequinenza quando si pesca a pellet. Marco afferra prontamente la canna ed inizia un combattimento non facile. L’esca infatti era posata oltre duecento metri ed il fondale non è tra i più puliti, di conseguenza ci sono parecchie incognite sull’esito positivo del combattimento. Fortunatamente Marco è bravo nella gestione del combattimento, ed il pesce non riesce mai a trovare un ostacolo dove tentare di liberarsi. A riva arriva un bellissimo esemplare mattutino che ci scalda un po’ l’animo quando eravamo già rassegnati al cappotto.

Il fatto quasi comico è che ora, con ormai la luce, il vento inizia a placarsi, quasi come a prendersi gioco di noi. Ricordiamoci però che “chi la fa, l’aspetti“. Mentre cerchiamo di raccapezzarci su cosa avessimo sbagliato o se bisognasse scegliere fin dal principio uno spot riparato dall’azione del vento, la canna di Marco si piega violentemente in avanti, un po’ come accade a Mequinenza quando si pesca a pellet. Marco afferra prontamente la canna ed inizia un combattimento non facile. L’esca infatti era posata oltre duecento metri ed il fondale non è tra i più puliti, di conseguenza ci sono parecchie incognite sull’esito positivo del combattimento. Fortunatamente Marco è bravo nella gestione del combattimento, ed il pesce non riesce mai a trovare un ostacolo dove tentare di liberarsi. A riva arriva un bellissimo esemplare mattutino che ci scalda un po’ l’animo quando eravamo già rassegnati al cappotto.

Ora possiamo tornare al pontile soddisfatti.. in extremis!

Questa pescata ci ha comunque insegnato che, tra i tanti fattori che bisogna tenere in considerazione, non bisogna sottovalutare l’azione del vento. Cercare spot riparati da essa può aiutare molto ai fine della bontà della pesca, specie se peschiamo in pochissimi metri d’acqua. Osservare le previsioni meteorologiche comprensive del vento sarà d’ora in poi d’obbligo non solo quando pescherò da barca, ma anche da riva.

Non si finisce mai di imparare insomma!

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Aprile, dolce dormire!

Era il 1998 quando mi avvicinai alla pesca al siluro. All’epoca si sapeva poco o nulla su di esso, non vi erano attrezzature dedicate, nei negozi di pesca si trovavano solo informazioni frammentarie, così come su internet e sulle riviste di settore. Tuttavia il viaggiare, ricercare spot, macinare chilometri di argini, imboccare carraie dissestate, provare nuove tecniche, nuove esche.. era un insieme di esperienze che ti coinvolgeva, ti stimolava.. ogni volta era una nuova avventura. Se a distanza di quasi vent’anni ho ancora voglia di pescare il siluro, credo sia proprio perché tutt’ora, nonostante condizioni totalmente diverse, ho ancora piacere di vivere avventure sempre nuove, di imparare, di scoprire, di conoscere e pescare con pescatori che condividono questa filosofia, e non che mirano solamente al “big“.

 L’ultima avventura mi porta in un tratto del Grande Fiume non tanto lontano da casa ma nel quale non ho mai pescato.. o per lo meno vi ho solo navigato in passato, giusto un paio di volte. Marzo e aprile sono gli unici due mesi in cui mi piace pescare di notte: i siluri sono attivi, devono mangiare per immagazzinare le energie perse durante l’inverno e per l’imminente frega, e, soprattutto, non ci sono zanzare!

Ad attendermi al bar del paese c’è Luca, con il quale, dopo un buon caffè, mi dirigo verso il pontile per caricare la barca che ci porterà sullo spot, dove ad attenderci ci sono già Andrea e Fortunato, ricostituendo così il gruppo dell’ultima pescata (leggi qui il report).

Approdiamo sulla spiaggia che ci ospiterà per una notte dove Andrea aveva già piazzato la tenda ed assieme a Fortunato erano intenti a procacciare qualche esca pescando a feeder. Iniziamo così a perlustrare l’area per valutare come e dove posizionare le nostre esche.

La zona è molto interessante e varia, così da poter permetterci di pescare con qualsiasi tecnica statica. Il fiume dal canto suo non è nelle condizioni migliori. Appena due giorni fa è passata una piccola piena ed il rischio è che i siluri siano sazi ed il livello calante blocchi quella minima attività che poteva esserci. Per tentare di avere il maggior numero di possibilità di ottenere attacchi, decidiamo di provare a break line, a boa e a pietra. In questo modo possiamo coprire zone differenti, cercando di andare incontro a qualsiasi comportamento del siluro in queste condizioni.

Ritornando al discorso iniziale, quando parlavo di continuare ad apprendere, questa è l’occasione per affinare una tecnica che poco pratico e che non è tra le mie preferite: la pesca a pietra. Tanto efficace negli ultimi anni, quanto per certi versi meno pratica e comoda rispetto alla break line.

Tre canne sono destinate alla pesca a pietra, due alla boa, quattro a break line.

Andrea e Fortunato si occupano del posizionamento delle esche, sfruttando la luce del giorno e il meteo ancora buono, visto che all’orizzonte si vede bene la presenza di nuvoloni carichi d’acqua.

Ci raggiunge nel mentre un personaggio che ho avuto modo di conoscere esattamente 10 anni fa tondi tondi, durante la prima pescata didattica a break line che organizzai con l’allora Gruppo Siluro Emilia, Nicolò. Con lui Piero, uno zaino contenente una griglia e un borsone pieno di vivande. Aveva anche le canne da pesca, ma passavano in secondo piano!

 Per festeggiare ci scappa l’aperitivo in riva al fiume.

D’altronde la pesca è in grado di andare oltre al solo aspetto della cattura o a quel senso di estraniazione dal mondo che si prova nell’isolamento in mezzo al fiume. Bisogna imparare a considerare e ad apprezzare anche i momenti di goliardia, le sane chiacchiere condite dalle risate, dalle battute e dalle store di vita vissuta, una grigliata, un fuoco acceso.. sono tutti momenti che rimangono impressi nella nostra mente, e saranno un ricordo legato a quella battuta di pesca, rendendola unica anche se la cattura non c’è stata.

Nel mentre le esche sono state tutte posizionate minuziosamente ed il temporale che avevamo avvistato in lontananza ci ha fortunatamente girato attorno ed è scomparso all’orizzonte. Non ci resta che attendere!

Come si fa a intendere il catfishing solo come la ricerca ossessionata del big, quando davanti a noi si stampano paesaggi simili?

L’attesa è dunque iniziata.. e non solo quella di un eventuale cattura, bensì anche quella relativa ad un panino con la salsiccia o di un cosciotto di pollo grigliata a dovere dal cuoco di campo Nicolò.

Ebbene l’attesa dura poco per entrambe. Il campanellino vintage di Fortunato fa il suo dovere segnalando l’attacco ad una delle esche posizionate in mezzo agli alberi a break line. Il combattimento è breve per via della distanza relativamente vicina e per l’energia che Fortunato ci mette nel recupero, ma il pesce è tutt’altro che piccolo, quindi decidiamo di legarlo per effettuare la foto di rito al mattino.

Nel mentre è pronta anche la carne, e dopo aver riposizionato l’esca, possiamo dedicarci alla cena.

Tra una chiacchiera a voce a volte troppo alta, un bicchiere di buon vino, una coscia di pollo e un panino, si fa presto l’una di notte senza registrare nessun altro attacco. Ci ritiriamo quindi nelle tende, sperando che un po’ di tranquillità e silenzio possano insospettire meno i siluri. Evidentemente però o non è serata, o i siluri sono ancora pieni dalla piena di qualche giorno prima.. non riceviamo infatti alcun attacco, e la notte passa quindi senza alcun sussulto, al punto di lasciarci dormire benissimo e beati.. neanche a casa si dorme così bene.

Al mattino è tempo di fare la foto alla cattura!

Tuttavia se la sessione di pesca statica è terminata, non è terminata qui la pescata. E’ ora di salire infatti in barca e cercare qualche siluro a verticale! Non prima di aver fatto colazione/pranzo con l’ennesima porzione di cosciotti di pollo e panini con la salsiccia però!

Salgo con Nicolò e Piero sulla loro barca mentre Andrea e Luca sono l’altro equipaggio sul Boston Whaler. Iniziamo a pescare dal pontile, dopo aver scaricato tutta l’attrezzatura usata nella pesca da riva, inutile e solo d’impiccio ai fini della pesca dalla barca. Partiamo a derivare proprio dal pontile. Qui assisto alla cattura da record di velocità da parte di Nicolò: dopo 10 metri di deriva vedo una traccia sull’ecoscandaglio, ma non faccio in tempo ad avvertire tutti che vedo la canna di Nicolò piegarsi. Lo ha allamato! Non è un esemplare enorme, ma il fatto di aver abboccato dopo 10 metri dalla partenza rende comunque la cattura memorabile!

Continuiamo sotto ad un bel sole primaverile a verticaleggiare lungo il fiume, ma l’unica cosa che otteniamo è un siluro probabilmente grosso che si slama a Luca dopo pochi secondi di combattimento e due attacchi sbagliati da me, dettati un po’ dalla stanchezza, un po’ dalla distrazione. A verticale infatti bisogna sempre essere sull’attenti. Non sempre i siluri fanno mangiate che strappano la canna dalle mani o si autoallamano.. in alcuni periodi bisogna essere sempre pronti a ferrare al primo avvertimento di attacco e per questo è richiesta concentrazione e rapidità.

Insomma, non bisogna dormire, come abbiamo fatto per tutta la notte e come ho fatto io nelle due occasioni sbagliate! In compenso però qualche cattura si è vista, ma sopratutto abbiamo avuto modo di apprezzare le tante sfaccettature che la pesca è in grado di offrire, specialmente quando si è in compagnia di pescatori genuini ed appassionati, che amano la pesca per quello che offre, e non per quella che la moda dice di dover essere!

E per concludere in bellezza la sessione di pesca, cosa c’è di meglio..

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Quando il grosso non c’è.. i piccoli ballano!

La primavera che inizia a mostrarsi con il suo colorato vestito e le temperature gradevoli ti smuovono qualcosa dentro, a livello viscerale. Una battuta di pesca a break line è quello che serve in questo periodo per esternare  il proprio istinto.

Così dopo l’ormai rituale colazione al bar, aver evitato un gatto nero, per giunta zoppo, e qualsiasi augurio da parte di qualsiasi persona, raggiungo Luca, Andrea e Fortunato sul fiume. Era da tempo che desideravo fare una pescata con loro e finalmente era giunto il momento.

Il cielo è leggermente coperto, il sole si affaccia qualche volta senza concederci più di tanto il suo calore primaverile, mentre il fiume ha un livello basso, non proprio l’ideale, ma inutile stare a sindacare più di tanto.. quelle volte che si può andare a pescare bisogna prendere atto delle condizioni che troviamo, positive o negative che siano e fare buon viso a cattivo gioco. Se dovessimo pescare solo con le condizioni perfette, dovremmo non lavorare o pescare veramente poche volte l’anno.

Scarichiamo il tender e perlustriamo la sponda opposta a dove abbiamo ipotizzato di piazzare il campo base. Nonostante il basso livello, troviamo diverse rigiri e zone morte dove poter piazzare le nostre esche. Quindi Fortunato ed io iniziamo a piazzare con calma ed accuratezza i cordini con tanto di break line ai quali agganceremo i nostri terminali, calcolando con estrema precisione l’altezza e la posizione in cui la nostra esca lavorerà.

E’ ancora presto per brekkare le nostre esche, e decido quindi tra una chiacchiera e l’altra di ingannare l’attesa preparando il campo base per la notte e pescando a feeder qualche esca del posto, catturando tra l’altro diversi combattivi barbi.

Verso le 17.00 iniziamo a portare le nostre esche sulla sponda opposta. Assistere Fortunato in questa operazione è interessantissimo. Svolge ogni azione con una naturalezza, velocità e precisione incredibile. Sembra la cosa più facile del mondo a vederlo all’opera. Tuttavia dietro a questa spensieratezza c’è la consapevolezza di chi ha pescato innumerevoli volte con questa tecnica, accumulando un bagaglio di esperienza incredibile.

La ricerca del rigiro giusto, della morta perfetta, la scelta del tipo di innesco in base alla corrente presente, la profondità di pesca in base alla conformità del fondale, gli accorgimenti tecnici sulle montature. La pesca a break line vera e propria è qualcosa di più di attaccare un’esca nella sponda opposta.. spesso i dettagli fanno la differenza, in particolare modo dove la pressione è tanta.

Terminiamo di brekkare con buon anticipo sul cambio di luce. Questa può essere una buona mossa in quanto non è raro ad inizio stagione assistere ad attacchi in piena luce. Permette poi di verificare l’effettiva correttezza del lavoro svolto dalle esche ed evitare la confusione del motore e della barca nel momento migliore.

Come da tradizione inizia anche il concerto di prova degli avvisatori.. dai campanellini più vintage agli avvisatori wireless più moderni.

Il dispiegamento delle forze in campo è notevole.

Prima ancora che il sole scomparisse all’orizzonte ecco un primo attacco sulla canna più esterna di Fortunato. Il siluro però non pare essere grande e fatica a rompere la break. Forza così la sbrekkata, senza però che il siluro rimanga allamato. Almeno la certezza dello spot indovinato rimane. Riportiamo l’esca al suo posto e si torna a chiacchierare in attesa della prossima sbrekkata.

All’imbrunire è la mia Breakline Cat a sussultare. Più che un sussulto è un dondolio continuo. In genere si traduce in un piccolo siluro rimasto allamato.. talmente piccolo che non riesce a rompere la break line, come è accaduto a Fortunato. Provo a forzare anche io la sbrekkata, ma come succede spesso in questi casi, il pesce si slama. Riportiamo fuori l’esca e torniamo alle nostre chiacchiere, che si protraggono fino all’una di notte, momento più che ideale per ritirarsi nei propri giacigli. Mi assesto nel sacco a pelo, trovo la giusta posizione in attesa del calore e accendo la centralina wireless dei miei avvisatori. Non sarà passato poco più di un paio di minuti da quel momento, quando proprio mentre mi gustavo il tepore del sacco a pelo, sento nitidamente un suono sordo dalla sponda opposta del fiume, tipo uno “stock“, seguito da un “biiip” molto più vicino.. quello della mia centralina! Butta all’aria il sacco a pelo in cui avevi appena trovato conforto e corri scalzo (perché tempo di mettersi le scarpe non ce n’è.. mi dimentico sempre le crocs a casa) alla canna, che è ovviamente dritta. La afferri e inizi a recuperare filo in attesa di sentire la resistenza del siluro per poi ferrare.. ma purtroppo quel momento non arriva mai, e mesto mesto riporti l’esca fuori (sopravvissuta anche al secondo attacco.. certo con qualche squama in meno), in mezzo alla nebbia che scende proprio in quell’istante. E’ ora di tornare nel sacco a pelo e riprendere da dove si era stati interrotti.

La notte passa senza emozioni.. solo qualche sussulto per un qualche suono di campanello. Quando ci svegliamo c’è già luce.

Aspettiamo a sbrekkre perché qualche sorpresa fino alle 9.00 in genere può capitare. Così accade infatti. Poco prima delle 9.00 è la canna più a monte di Luca che richiama attenzione. Sbrekkata e ferrata da manuale di Luca, che porta a riva senza fatica un siluretto da metro, prontamente rilasciato. Almeno il cappotto è scongiurato e possiamo sbaraccare tutto. Recuperando ci accorgiamo che quasi tutte le nostre esche sono state “assaggiate“, ma evidentemente la taglia dei colpevoli era troppo piccola per poter impensierire le nostre break line!

Insomma, anche se si piazzano le esche accuratamente, senza lasciare nulla al caso (e vi garantisco che Fortunato sà il fatto suo), quando i grossi non girano c’è poco da fare.. bisogna subire gli attacchi dei piccoli, che in questo periodo sono molto più voraci ed attivi.. arrivando quindi per primi sulle esche.

Negli anni però ho notato che le settimane successive a questo tipo di nottata, in cui i piccoli siluri la fanno da padrona, sono di competenza degli esemplari maggiori.. vedremo quindi nelle prossime pescate se avrò ragione o se saremo ancora sotto l’assalto dei piccoli siluri!

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Non sempre va come si crede..

Giovedì prima di Pasqua: alle 17.00 riesco ad ottenere in extremis il venerdì libero dal lavoro. Bramavo fortemente da parecchi giorni il desiderio di assicurarmelo, e nella mia testa sapevo perfettamente come lo avrei usato. Il tempo di uscire da lavoro e mi ritrovo in garage a preparare tutto il necessario per una pescata di due giorni. L’idea è quella di pescare in deriva, cercare uno spot in cui fare vivo e passare la notte in pesca a sasso o break, e riprendere la pesca in deriva dal sabato mattina.. tutto rigorosamente da solo. Una bella sfida, specialmente se fatta nel Grande Fiume.

Una buona colazione al bar è l’ideale per iniziare l’avventura.. un po’ meno il “buona pesca” auguratomi dall’ignaro gommista al termine del controllo della pressione degli pneumatici di auto e carrello. Il viaggio in autostrada scorre placido nonostante l’indelebile e asfissiante ricordo della disavventura che mi capitò due anni orsono, quando si ruppe il mozzo della ruota del carrello lungo il tragitto. Prendere l’uscita autostradale e raggiungere l’agognato fiume toglie sempre un grosso peso dallo stomaco.

Durante l’operazione di alaggio incontro Yuri e Daniele di ritorno da una notturna e Paolo in procinto anch’esso di uscire a pesca. Ci perdiamo in chiacchiere per un’ora buona. E’ sempre così.. non si vede l’ora di uscire a pesca, ma a delle chiacchiere con buoni amici non si riesce a rinunciare mai ed il tempo vola.

La libertà di guidare una barca sul Grande Fiume è impagabile. Sprigiona benessere, voglia di urlare. Io però ho una tabella di marcia da seguire e non posso perdere ulteriore tempo. Il livello è più alto di un metro rispetto alla normale soglia. Questo implica parecchi spot sott’acqua in ottica notturna e derive veloci in merito alla pesca da natante. Non benissimo, ma bisogna cercare di adattarsi, quindi approfitto della pesca a verticale per individuare la profondità alla quale stazionano i siluri, e capire quindi come muovermi nelle successive derive e quale spot scegliere per la notturna. Li individuo tra i 3,6m e i 4,2m. Purtroppo però noto anche la presenza massiccia di una specie al siluro assai gradita: i cefali. La loro presenza mi rattrista un po’ in quanto diventano il pasto preferito dal siluro: presente in maniera massiccia e facile da predare. I siluri si appostano sotto attorno ai folti branchi di cefali e gli basta veramente poco per cibarsene facilmente, ignorando di conseguenza qualsiasi altra esca proposta. Basterebbe usare i cefali come esca.. se non fosse che pescarli non è semplicissimo e che, se non innescati subito, non resistono in nasse o bidoni.

Quando si incontrano questi branchi diventa quasi difficile fargli passare la nostra lenza attraverso talmente sono fitti e numerosi! Altra nota dolente? E’ il week end di Pasqua ed il Po è letteralmente invaso da orde di pescatori teutonici appostati in ogni angolo. Gli spot comodi da riva sono tutti occupati, così come barche adibite a campo base dotate di tender d’appoggio per portare fori le esche sono già parcheggiate nei posti tattici. Scelgo una spiaggia in cui noto i segni del passaggio di altri pescatori nei giorni precedenti, ma è l’unica che mi permette di brekkare una canna lungo la stessa sponda e di metterne una seconda a pietra. Inoltre l’attracco è comodo, cosa da non sottovalutare visto che sarò solo.

Fondamentale ora cercare di fare il vivo, altrimenti con le uniche due esche in mio possesso faccio ben poco, considerando che mi servono anche per pescare in deriva l’indomani.

Fortunatamente i pesci collaborano, e nel giro di poco un barbo e un’infinita quantità di breme di qualsiasi dimensione rimpinguano la nassa.

Mi dimentico di essa e proseguo con l’allestimento del campo e la preparazione delle canne da pesca, una a break line ed una a pietra.

Ora veniva la parte più complicata: piazzare da solo le esche, cosa che con una barca da 4,20m, in corrente e senza una seconda persona, è tutt’altro che facile. Arrivo sull’unico appiglio che mi sembrava potesse fare al caso, ma una volta sul posto vedo che non si crea un rigiro adatto, e l’esca finirebbe per restare in corrente spanciando verso la superficie, oppure sotto i rami seguenti. Provo anche a creare angolazioni diverse con l’aiuto di un cordino, ma la posizione longilinea dello spot non aiuta, così come avere una barca grande ed essere solo a governarla in corrente. Mi tocca rinunciare all’unica canna in cui riponevo fiducia a causa di una errata valutazione. Ormai era l’imbrunire e posizionare due canne a pietra non mi soddisfaceva. Sarà che è una tecnica che non mi aggrada, sarà che già in passato avevo tentato in questo spot senza alcun risultato.  Decido a malincuore per un cambio spot frettoloso. Carico il lettino compreso di tenda, canne, picchetti, esche e torno verso il pontile, dove una spiaggia vicina potrebbe darmi il giusto appoggio per la pescata. Quando sbarco affondo nel fango.. impraticabile. Cado nello sconforto più totale, torno al pontile e scarico tutto, decidendo tristemente di passare la notte non in pesca. Come se non bastasse la chiusura di tenda, lettino, canne e di riordino della barca sono accompagnate da una leggera pioggerella, che termina giusto alla fine di tutte le operazioni. Consumare la cena al caldo nell’area ristoro del pontile rende meno amara la serata. Una scomoda dormita in auto in attesa dell’alba è la conclusione di questa prima giornata di pesca.

Alle prime luci di sabato sono sveglio. Voglio sfruttare la mattina, l’assenza di pescatori. Non ho fatto i conti tuttavia con la batteria di avviamento del motore: scarica. Evidentemente il “buona pesca” del gommista sta continuando a tormentarmi. Inganno l’attesa di Antonio, il gestore della nautica, pescando nella lanca, spostandomi con il motore elettrico. Al suo arrivo mi faccio prestare una batteria nuova e posso partire con 2,5 ore di ritardo verso il fiume. Derivo come posso, facendo lo slalom tra le canne in pesca dei pescatori teutonici, facendomi largo tra i cefali, ignorando il vento e le altre barche che passano sulle derive  che ti appresti a fare. Riesco a trovare anche i siluri, ma non collaborano. Yuri me lo aveva detto la mattina precedente: mangiano solo di notte ora, di giorno non c’è verso. Non mi perdo d’animo e mi sposto su spiagge battute dal sole, che scaldano prima l’acqua e risultando così gradite maggiormente dai pesci. Ripongo fiducia specialmente in una  poco frequentata e che mi ha sempre regalato qualcosa. Al primo passaggio sento la mangiata: nitida, cattiva.. ma tremendamente rapida.. al punto di non fare in tempo a ferrare.

E’ stata l’unica mangiata in due giorni di pesca travagliati. E l’ho sbagliata. Come se non bastasse, al rientro al pontile mi aspettava il trasbordo di tutta l’attrezzatura (batteria, serbatoio, ecc) dalla barca all’auto salendo la ripida e lunga scalinata in quanto chi utilizza la gru di alaggio era assente. Ovviamente questo è arrivato ad auto caricata. Finita qui? Non proprio. All’arrivo a casa scopro che dal contenitore del vivo nel baule è uscita parecchia acqua.. per fortuna ho un telo impermeabile e una vasca di protezione come base, che hanno trattenuto tutta l’acqua, riuscendola così a togliere rapidamente senza conseguenze per il baule.

In genere la pesca mi rilassa.. questa volta il mio stato d’animo è un misto tra incazzo, delusione, amarezza e voglia di rivincita. Avevo pianificato tutto, pregustavo un’avventura “epica” da solo sul Grande Fiume.. ed invece dopo un avvio positivo, il tracollo su tutti i fronti, con tanto di mangiata sbagliata sul finale che poteva rendere meno amara la sessione. La rivincita dovrò prendermela presto però, perché nella pesca al siluro è fondamentale non abbattersi e non mollare mai!

La prossima volta però avverto il gommista di stare attento a quello che dice!

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